La Mitologia


Il mito di Amaltea

Nell’immaginario collettivo di tutti i popoli della antichità la capra occupò un posto molto diverso dall’attuale. Essa infatti fu sacra presso molti popoli e comunque fu sempre simbolo di abbondanza e di prolificità. Leggende, miti e  tradizioni sulla capra sono sempre legate alla figura di Zeus e si estesero largamente in tutti i luoghi della Grecia, da Creta a Dodona, alla Tessaglia, via via che nelle popolazioni veniva accolto il culto di Zeus. Amaltea infatti fu il nome che la mitologia attribuì alla capra che a Creta aveva nutrito Giove con il proprio latte.
In principio fu Amaltea. Era una capra bellissima: agile scattante, fiera. Un po’ ombrosetta, forse perché eternamente giovane: aveva infatti il dono dell’eterna giovinezza. Le sue corna elegantemente e voluttuosamente attorcigliate risplendevano al sole, specie al mattino e al tramonto quando i raggi erano più obliqui. Si ergevano sulla sua fronte immacolata per di più di un metro di altezza. Il suo pelame era più morbido dei più morbidi fili di seta d’Oriente, morbido e dolce come il capello di una sposa adorata. Le sue mammelle erano il sogno di un poeta: calde, tenere, soffici, accoglienti. Da quei capezzoli sgorgava il latte della vita.

Viveva a Creta, ove si diceva fosse figlia del re Melisseo. Altri invece sussurravano che fosse la ninfa figlia di Oceano. In realtà, poiché, come si è detto, aveva il dono dell’eterna giovinezza non aveva avuto genitori: veniva dall’infinito. Qualcuno le diceva figlia del Sole. E non aveva torto, tanto risplendente e abbagliante era la sua bellezza. Ma non aveva neppure torto chi guardandola pensava ad oceano. I suoi occhi, pur non avendone il colore, avevano la profondità del più profondo degli oceani. E per di più per venire a Creta Ella aveva ben attraversato degli oceani misteriosi dopo aver lasciato quelle montagne che foravano la profondità dei cieli, quelle vette altissime, bianche di neve immacolata, lontane, inaccessibili che qualche pedante oggi chiamerebbe Himalaya.

 E così toccò a Lei. Amaltea, capra e ninfa, nutrire il Dio infante, il Dio degli Uomini e degli Dei: Zeus. E non si sa bene il perché. Forse perché si chiamava Amaltea, nome che etimologicamente significa “la nutrice”, o “l’allevatrice”, o forse anche “alma madre”. Era stata chiamata così perché predestinata? Oppure fu chiamata così dopo, per avere allattato Zeus nutrico. Certo è che dai capezzoli delle sue mammelle sgorgava e tutt’oggi sgorga il latte della vita.

Qualcuno amò anche chiamarla Adamantea. E in realtà aveva tutto dell’adamante: era pura, splendente, preziosa, dura, solida, perfetta, indomabile. E furono forse queste virtù che più di ogni altra ne fecero la prescelta, e la segnarono: Amaltea, Adamantea.

Crono, il Tempo, implacabilmente armato della sua falce che tutto miete, aveva voluto e operato a che tutti i figli nati da lui e da Rea, la Natura Feconda Grande Madre, avessero a morire. Aveva adottato un metodo, a suo giudizio, infallibile: ingoiava vive le sue creature. Ne aveva già ingoiate cinque, quando Rea ingravidò per la sesta volta.

Giunto il momento di partorire, Rea, questa volta, si rifugiò in una caverna del più alto monte di Creta e quivi incontrò Amaltea che di quella caverna aveva fatto il suo rifugio e la sua reggia.       

Partorito che ebbe la creaturina, un maschietto, Rea compì la sua scelta e il suo inganno. Diede da ingoiare a Crono, invece del bambino, una pietra abilmente avvolta in panni e il bambino lo affidò ad Amaltea.

Amaltea fu felice: non era più da sola. Amò quel bimbo di un amore così intenso che potè dirsi da tutti che mai nessun nutrico al mondo era stato tanto amato in passato né mai lo sarebbe stato in futuro.

Lo curò alla perfezione e con tutta la dedizione di questo mondo. Non voleva lasciarlo mai solo un istante e quando era costretto a farlo, soffriva indicibilmente. Non lo avrebbe lasciato neppure per un secondo. Lo guardava e gli sembrava bellissimo e lo amava. Lo coccolava e lo amava. E quando doveva lasciarlo per andare a procurarsi il cibo a lei indispensabile per produrre il latte necessario al bimbo, sollevava teneramente il bimbetto con le sue corna splendenti e lo adagiava tra i rami di un albero fronzuto nascondendolo alla vista di chiunque. Tornava trafelata e lo allattava.

 Il latte di Amaltea era, ed è tutt’oggi, il latte della vita, il sangue della vita. Possedeva, e possiede tutt’oggi, qualità così straordinarie quali nessun latte di femmina, anche umana, ha mai avuto o avrà mai.

 E fu proprio in virtù di quel latte che quel bimbo divenne un giorno il Dio di tutti gli uomini e di tutti gli Dei: il grande Zeus.

 Poi Pindaro cantò che Akragas era la più bella città dei mortali, e quel canto riecheggiò per Creta e per tutta l’Ellade. Lo spirito inquieto di Amaltea si risvegliò. La sua ansia, quell’ansia che la tormentava da dentro e da sempre e della quale neppure Ella sapeva il perché, la sovrastò irrefrenabile. Creta le apparve buia, piccola e squallida. Prese ancora nelle sue mani il timone della sua vita. Percorse un nuovo oceano. Approdò sul litorale di Akragas, dalla bionda sabbia impalpabile.

Qui fu l’incontro e il miracolo. La valle fiorita di Akragas era bellezza allo stato puro così come bellezza allo stato puro era Amaltea. Il destino sembrava compiuto. L’armonia sovrana. La fusione perfetta. Ed Amaltea fu nuovamente felice, perdutamente felice. Neppure la sua eterna giovinezza le pesava più, perché ora era, e si sentiva, giovane da dentro.

A Creta, nel frattempo, Crono aveva scoperto l’inganno ordito da Rea ed agitava convulsamente la sua implacabile falce.

Ora qualcuno dice che il fatto avvenne per un gran colpo della falce di Crono menato a casaccio. Altri invece affermano che il fatto avvenne quando in uno dei suoi salti più felici, Amaltea sbattè contro un grande albero. Devono avere ragione questi ultimi perché ancor oggi la cattiva, sporca coscienza spinge gli umani a dire che Amaltea fa gran danni agli alberi, mentre invece la verità è che fu l’albero a far gran danno ad Amaltea spezzandole quasi alla radice una delle sue corna risplendenti e tanto voluttuosamente attorcigliate. Perché il fatto fu questo. E fu il più sgradevole, doloroso e infinitamente stupido dei casi a determinarlo.

Amaltea raccolse da terra il suo corno spezzato; lo rovesciò e lo riempì di fiori e di frutta e lo donò al grande Zeus il suo nutrico. Fu la cornucopia che ancor oggi arreca abbondanza e ricchezza e fortuna ai mortali.

Amaltea si sentiva a disagio, molto a disagio nella valle di Akragas col suo corno spezzato. La vita aveva perso per lei ogni interesse. Si sentiva inadeguata. Avvertiva la bellezza della bellezza ma dolorosamente riteneva che fosse la bruttezza ad avere il trionfo su tutto. Essendo stata condannata ad essere eternamente giovane, di fatto era rimasta bambina, anzi capretta. E non sapeva che ogni parto è dolore e lacrime e sangue perché mai aveva figliato. Era vergine come è vergine la purezza nativa.

Era dunque venuta l’ora che il destino fosse interamente compiuto, che lo sdoppiamento avvenisse. Amaltea era la più splendida delle Ninfe in sembianze di capra. Era venuta l’ora che la Capra Amaltea pascolasse nella Valle di Akragas, figliasse e riempisse la Valle con la sua prole tutta di straordinaria bellezza e produttrice di ineguagliabile latte. Era venuta l’ora che la Ninfa Amaltea, la più splendida ninfa dell’universo, volasse alto e purificasse e illuminasse e abbagliasse l’intero creato con lo splendore adamantino della sua bellezza, della sua spiritualità, della sua armonia e delle sue virtù.

 E Zeus, che allattò da Amaltea, e che l’amò dal suo primo vagito e la ama tuttora di un amore senza pari, la pose nell’universo dei cieli. Chiunque alzando gli occhi al cielo può vederla splendere ogni sera. Ma di notte risplende di più. 
Zeus
Lo Zeus dei Greci che, col solo corrugare delle sopracciglia, a detta d’Omero, faceva tremare l’Olimpo, era il sommo fra gli dei, così come lo Iupiter per i Latini, col significato di padre del giorno, arbitro assoluto delle azioni sue e degli uomini. La madre Rea, portandolo sul monte Ida, lo sottrasse alla bestiale avidità del padre Crono e, per nascondere a quest’ultimo i vagiti del divino fanciullo della capra Amaltea, i Curati e i Coricanti, picchiando con le spade sugli scudi, fecero un fracasso assordante. 

Quando Giove ebbe un anno, era già in possesso di tutta la sua forza, della quale si valse per assalire il padre Cròno – che i Latini presto identificarono con Saturno antica divinità italica – spodestarlo confinandolo nel Tartaro, impadronirsi del Cielo e della Terra, ed assoggettarsi tutti gli dei, compresi i suoi fratelli Nettuno, Plutone, Vèsta, Cèrere e Giunone. Di quest’ultima fece la sua sposa, ma non si può cero dire che le serbasse fedeltà, benché essa spasimasse di gelosia e cercasse, sia pure inutilmente, di ricondurlo a sé e di sconvolgere le innumerevoli avventure che egli ebbe con Tèmi, con Maia, con Dione, con Cèrere, con Pronome, con Mnemosine, con Latona, per non parlare delle belle mortali che non si contano, ma delle quali basterà citare Sèmele, Almèna, Leda, Dànae, Europa e Io: e da tutte ebbe figlioli. Due gliene diede anche Giunone: Vulcano e Ebe. 

Nel mito latino, Giove rappresenta tutti i fenomeni celesti – primo fra tutti il fulmine, che egli scagliava fra il cupo rombo dei tuoni – e la divina forza della vegetazione insieme con la pratica dell’agricoltura. I vari aspetti che assume la sua divinità dominatrice sono trasparenti dai vari epiteti che gli sono attribuiti, quali Lucèzio – cioè fonte della luce – Folgorante o Fulminante, Pluvio – cioè apportatore di Pioggia – Temine, - cioè protettore dei confini dei campi – Feretrio – cioè padrone delle spogli opime che a lui erano dedicate; Statore – o legislatore ecc. 
L’epiteto che riassumeva la somma delle sue attribuzioni era quello di Ottimo Massimo Capitolino, dal tempio che gli era dedicato, in comunione con Giunone e Minerva, in Campidoglio. E in onore di queste tre divinità furono istituiti pubblici giochi, chiamati Ludi Romani. A Giove erano sacri le Idi che cadevano il giorno tredici d’ogni mese – tranne il marzo, il maggio, il luglio e l’ottobre nei quali cadevano al quindici.

Era rappresentato maestoso nell’aspetto, nudo il torso e le spalle possenti, il fulmine impugnato con la destra, lo scettro e una statuetta della vittoria nella sinistra. Ai suoi piedi posava un’aquila grifagna, nell’atto di affissarsi nei grandi occhi del nume, e gli erano consacrate le querce. La leggenda del mito vuole ancora che Zeus della pelle caprina si foggiò l’invincibile scudo che, appunto, dall’etimologia greca si chiama ègida cioè tratto dalla pelle di capra.